venerdì 13 novembre 2009

Manifestazione studentesca 17 Novembre 2009!




Università-Azienda. Ecco il futuro che il DDL Gelmini ci prospetta.

Il conto alla rovescia verso la fine dell’Università pubblica e statale, per come l’abbiamo conosciuta, è cominciato. Il Consiglio dei Ministri ha licenziato un disegno di legge che, una volta approvato dal Parlamento, concederà agli Atenei nove mesi di tempo per abortire se stessi e risorgere secondo le volontà dei manovratori. Gli autori del più drastico taglio di finanziamenti alle università a memoria di studente hanno finalmente partorito una riforma organica. Articolo dopo articolo, essa conferma e precisa i timori di degli studenti e dalle altre componenti dell’Università che si sono schierate a difesa del carattere libero e pubblico del sapere. La riforma è stata concepita e attuata senza consultare in alcun modo chi vive l’Università e giorno per giorno la costruisce come luogo di progresso e trasmissione della conoscenza. Solo i Rettori hanno avuto udienza, le richieste da loro avanzate a proposito del sistema di governo degli Atenei sono state soddisfatte. Il disegno di legge per come è stato concepito dal Consiglio dei Ministri è dunque il prodotto cristallino e incontaminato delle convinzioni del Governo in fatto di Istruzione, e vi si leggono chiaramente tutti i capisaldi ideologici che hanno segnato gli interventi dell’Esecutivo in questo campo a partire dalla legge 133/08.

La Governance, ovvero l’Università come azienda.

La Riforma Gelmini prevede indicazioni incredibilmente minuziose a proposito delle competenze e della composizione degli organi di governo degli Atenei. Il Consiglio d’Amministrazione vedrà enormemente accresciuti i propri poteri. Non dovrà più rispondere ad alcun altro organo, e avrà potere assoluto sulla programmazione economica e di bilancio, sulle assunzioni di tutto il personale dell’Ateneo (compresi ricercatori e docenti), sulla vita e sulla morte dei Corsi di Laurea e delle Sedi. Ma soprattutto, stabilirà «l’indirizzo strategico dell’Ateneo», sarà cioè contemporaneamente l’organo di direzione politica ed economica.
A fronte di questo potere, la sua composizione sarà tutt’altro che rappresentativa dell’università che esso dovrà guidare. Almeno il 40 per cento dei suoi membri, ovvero 5 su 11, sarà infatti esterno all’Ateneo. Con il voto del Rettore, essi dirigeranno le università.
Il Senato Accademico finora, pur con tutti i suoi difetti e la sua lentezza a prendere posizione, è stato il massimo organo direttivo e ha garantito che le scelte politiche degli Atenei fossero assunte da una compagine almeno parzialmente rappresentativa delle componenti del mondo del sapere universitario. Con la riforma esso verrà privato di ogni autonomia, diventerà un organo essenzialmente consultivo, esprimerà pareri sulla didattica e la ricerca ma non potrà nemmeno approvare un regolamento senza l’assenso del Consiglio d’Amministrazione.
La smania di semplificazione, infine, cancellerà i Consigli di Facoltà come assemblee decisionali composte da tutti i docenti, i ricercatori (per lo meno quelli strutturati) e le rappresentanze studentesche. Affiderà ai Dipartimenti anche il ruolo di organizzazione della didattica, caricandoli di competenze che mineranno la loro capacità di coordinare la ricerca. In questa prima parte della riforma, si affermano alcuni principi di importanza cruciale. Si insiste sui concetti di semplificazione ed efficienza, e il mezzo per ottenerli è una gestione tecnicamente aziendale dell’università. L’assimilazione del lavoro intellettuale a una qualunque forma di impiego produttivo ha dapprima sostituito la concorrenza e il libero mercato di idee alla collaborazione e alla libera circolazione dei saperi, e ora conduce a prevedere meccanismi di controllo analoghi a quelli delle imprese private. Si ritiene che una struttura viva e complessa come l’università possa essere gestita con la sola bussola della semplificazione. In quest’ottica, gli spazi di democrazia interna scompaiono, come residui di un passato consumato. Del Senato Accademico non resta nulla, i Consigli di Facoltà come luogo di discussione sono un vezzo incomprensibile, o peggio, una possibile minaccia proprio in quanto occasione di confronto.
Si fa strada una visione distorta, in cui il fatto che gli studenti, i ricercatori e i docenti gestiscano l’università in cui studiano e lavorano è deplorato come una sorta di conflitto di interessi. Viceversa, noi siamo convinti che esista un profondo conflitto di interessi proprio tra chi vive il sapere come forma di emancipazione personale e sociale, come promessa di progresso civile e umano, e chi al contrario nella migliore delle ipotesi ne valuta semplicemente le ricadute economiche. Sappiamo inoltre chiamare le cose con il nome che meritano, e l’autogoverno di una struttura sulla base della partecipazione attiva dei suoi membri non si chiama conflitto di interessi, bensì democrazia. E’ questa una parola indigesta al Governo, ma è l’unico principio ispiratore irrinunciabile di qualunque riforma del sistema universitario che abbia una speranza di guarirne i mali. Dalla possibilità di prendere parte alle decisioni deriva il senso di responsabilità che si dice manchi negli Atenei. Dalla discussione democratica derivano l’equilibrio nella gestione delle risorse per il bene di tutti e la costruzione di un senso di comunità che è indispensabile nell’attività scientifica. Non esiste altra strada possibile, e quella intrapresa con questa riforma è inaccettabile e fallimentare. L’ingresso dei privati nell’Università, in posizione dominante, segna infatti la privatizzazione di fatto dell’Istruzione universitaria. Da una parte lo Stato si disinteressa della formazione dei propri cittadini giustificando i tagli attraverso una propaganda che magnifica l’ignoranza ed etichetta la spesa per l’Istruzione come uno spreco. Dall’altra si stabilisce il principio per cui le scelte di gestione degli Atenei devono rispondere a criteri di produttività, agli interessi delle aziende e alle logiche di mercato. Coerentemente, il potere viene messo nelle mani di chi meglio conosce queste logiche.

Qualità, meritocrazia e diritto allo studio.

Siamo ormai abituati a sentir parlare di merito a sproposito. La retorica della valutazione costituisce nella riforma il pretesto per introdurre una struttura competitiva in cui la spartizione delle sempre più esigue risorse diventa una guerra tra poveri, costretti ad adeguarsi alla tirannia di parametri di dubbia efficacia pur di guadagnare qualche briciola. Qui non si tratta nemmeno di discutere i criteri con cui valutare la qualità degli Atenei, criteri che in passato sono stati disastrosamente limitati a considerazioni di contenimento della spesa, e di cui nella riforma non si fa parola. Si tratta di rigettare una logica per cui la valutazione della qualità non è un incentivo al miglioramento, in un’ottica di collaborazione. Essa è invece la via maestra per la definitiva liquidazione degli Atenei in difficoltà, e per la creazione di una classifica in cui le università si dividono tra quelle migliori e più ricche e quelle più povere e scadenti. E’ evidente come in questo modo si crei un circolo vizioso che a lungo andare lederà pesantemente il Diritto allo studio, in particolare nelle aree già economicamente deboli. Contemporaneamente il Ministero, e quindi lo Stato, disattende i propri doveri affidando l'amministrazione del Fondo Speciale per il Merito (appositamente creato da questa riforma) ad una società per azioni, che avrà il compito di gestire tutto ciò che concerne gli aiuti economici per gli studenti meritevoli, a partire dalla somministrazione dei test nazionali, passando per le somme da corrispondere, fino ai criteri di accesso al finanziamento. Inoltre lo Stato, invece di destinare risorse per “premiare il merito”, stabilisce che tale Fondo sarà alimentato da contributi pubblici e donazioni spontanee di privati, i quali potranno vincolare i finanziamenti erogati a specifici indirizzi di studio o attività di ricerca. E' lampante il futuro di questo Fondo, nel quale lo Stato progressivamente verserà sempre minori risorse, in ossequio al principio secondo cui l’Istruzione è una spesa e non un investimento. In breve tempo esso sarà rifornito quasi esclusivamente dal contributo privato, che tenderà fisiologicamente a potenziare lo studio di quelle discipline che possono avere un'immediata ricaduta economica, trascurando invece amplissimi ed importantissimi rami della Conoscenza e della Cultura. Lo si è già visto accadere con i Teatri Lirici, costretti a trasformarsi in fondazioni di diritto privato, che dallo scorso anno non hanno più ricevuto finanziamenti statali (ad esclusione de La Scala, La Fenice, e San Carlo). Per aggiungere il danno alla beffa di questa falsa “meritocrazia”, di diritto allo studio praticamente non si parla nella legge. Peggio ancora, il Parlamento delega il Governo a riorganizzare il Diritto allo Studio. Insomma, su questo punto la riforma è una scatola vuota. Rimane inspiegabile come sia possibile parlare di meritocrazia senza preoccuparsi di compensare le differenti possibilità di accesso a tutti i gradi dell'Istruzione. La meritocrazia, in questo contesto, non contribuisce minimamente ad abbattere barriere economiche e sociali, che da anni si vanno innalzando, e che con la Crisi sono diventate praticamente invalicabili. Chi ha la fortuna di poter studiare senza oneri, per provenienza e condizioni economiche, sarà premiato. Chi deve sostenere in parte o del tutto le spese per la propria istruzione, chi incontra ostacoli materiali e sociali di qualunque genere, verrà ulteriormente punito. In questo contesto, la meritocrazia è organica alla costruzione di una società fondata sul censo. Dove sono le borse di studio in base al reddito, la garanzia dei servizi abitativi e di ristorazione per tutti? Di questo si sente il bisogno, a maggior ragione se si vuole invertire la tendenza al decentramento delle Sedi, spesso dettato dalle stesse necessità economiche e industriali che questa riforma cerca di soddisfare, se non direttamente da interessi politici localistici. Lo Stato deve consentire a tutti di sostenere il costo della vita fuori sede, se ha intenzione di combattere l’idea dell’Ateneo sotto casa.
Limitatamente ad un unico punto del diritto allo studio, la legge diventa leggermente più specifica: il prestito d'onore. Ciò non fa che confermare ancora una volta la miopia dei nostri governanti, che in un periodo di catastrofica crisi economica e sociale ritengono che la soluzione stia nell’indebitarsi per studiare, prima ancora di percepire un reddito. Il tracollo economico è stato determinato anche dal crollo del mercato dei mutui e dei finanziamenti che i contraenti non riuscivano più a pagare. Il debito all’origine della crisi, è proposto come soluzione: questa è la concezione di Diritto allo studio propagandata dal nostro Governo.

Reclutamento, un biglietto di sola andata per l’estero.

Anche nell’ambito dell’organico, infine, la Gelmini dimostra come le promesse di trasparenza, lotta al baronato, nuove possibilità per i giovani fossero nient’altro che propaganda.
La riforma istituisce l’«abilitazione nazionale» come titolo preferenziale per l’insegnamento, e affida interamente agli ordinari le commissioni preposte al suo conferimento.
Scompare la figura del “ricercatore confermato”, che fino ad oggi veniva giudicato da un'apposita commissione dopo i primi tre anni di ricerca. Si potrà usufruire di assegni di ricerca o essere assunti come ricercatori a tempo determinato. I primi durano da uno a tre anni, i secondi tre anni con una possibilità di rinnovo. In ogni caso, lo status di ricercatore non potrà durare più di dieci anni. Dopodiché l’unica speranza consiste nell’essere assunti come associati, ma la riduzione delle risorse - con quali fondi verranno pagati i famigerati ricercatori a tempo determinato ? - e la politica del blocco del turn-over rendono evanescente questa possibilità. Non resta, insomma, che la prospettiva della fuga verso l’estero.

In questo momento è d'obbligo per tutti gli studenti, ricercatori e personale universitario battersi per fermare questo provvedimento, altrimenti decreteremo, tra non molto tempo, la morte ufficiale dell'Università pubblica e statale.

Studenti Indipendenti Torino

5 commenti:

Anonimo ha detto...

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poker ha detto...

Bel articolo.

thomaru ha detto...

Your blog is very nice I like to enjoy every pages,
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regards...

Tanukijoe ha detto...

Bene!

Gabriele Rossini ha detto...

Mi spiace di non aver potuto partecipare in quell'occasione. Spero di rifarmi in futuro! :)